giovedì 20 giugno 2019

PADRE!...



  

Meditazione su Mt. 6,7-15


"…Non siate dunque come loro (…) se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe…"

Che cos’è quel “non fare come i pagani?”. C’è nel Vangelo di oggi una chiarezza, una profondità e una semplicità che sgomenterebbe se non sapessi che quella Parola non è umana. Egli non mi invita a recitare il Padre Nostro come fosse un “mantra” per rassicurarmi o peggio per rendermi incosciente, ma guida la mia attenzione su due atteggiamenti del cuore: “Padre” e… “perdono”. In fondo, quel “Padre Nostro”, più che una preghiera sembra piuttosto “spiegare” il senso del pregare stesso. Ripetersi la spiegazione certo aiuta ma non è come “ascoltare” in me stesso la commovente intuizione di un tangibile incontro spirituale che investe di lacrime l’anima. Sarebbe come recarsi a un recital di poesie e invece di “sentire” i versi dilatare il cuore ne percepissimo appena l’eco nella spiegazione. Sarebbe come “sentir parlare” della vera Vita, sognarla per un attimo ma non viverla affatto, dimenticandocene subito dopo, quando si esce dalle provvisorie luci della sala per rientrare nel buio di noi stessi.  Non servono le parole nella preghiera e neppure il “silenzio assente” (ultima insidia orientale dell’ego) quanto piuttosto un atto di “fiducia incondizionata”, un affidamento totale (o se si preferisce… un “salto nel vuoto”) ove la mia giornata si svolge non secondo le mie aspettative ma secondo tutto ciò che Egli permette possa capitarmi. Si tratta di “attraversare” fin dal mattino, gli avvenimenti del giorno (suo dono per me) con l’occhio commosso di un bimbo che si muove (viene portato…) in braccio a sua madre e in ogni inevitabile scelta lasciare che sia la bussola della Fede (la stessa divina “connessione”) a orientare ogni decisione. Non occorre niente altro che questa “corrente” permanente e silenziosa (ma “sonora”, al pari di un’onda che sostanzia il mio “essere”…) di “intesa”: la preghiera perfetta (come tra innamorati in “ascolto” perenne l’uno dell’altro malgrado i silenzi e le distanze) per cui non occorre sprecare alcuna parola né affannarsi dietro complicati devozionismi per rassicurare un cuore che, se già non “riposa” nel Padre, difficilmente troverebbe la sua pace in questo obbedire faticoso a… “se stesso”. E poi c’è il perdono. Conseguenza di chi trovando autentico “riposo” in Lui e dalla Sua Misericordia traendo ogni sicurezza, non può che lasciar cadere in sé ogni odio e rancore (inferno, già qui su questa Terra, cui si auto-condanna “di fatto” chi non vuol perdonare per peccato d’orgoglio), giacché nulla (alcuna tentazione…) potrebbe insidiare un’anima del tutto assorta in quel… “Padre!”, nulla entrare in un cuore già colmo di infinito. Egli nel silenzio già mi ricompensa… liberandomi da me stesso, facendo di me “dono” per gli altri. Pace. Dono perfetto e perfetto superamento interiore.


Renato Pernice - 20 giugno 2019

giovedì 20 dicembre 2018

TEMPIO CHE SIETE VOI


  

Meditazione su 1Cor. 3,16-17


"…santo è il tempio di Dio che siete voi…"

Ci sono due parole, in realtà un solo verbo, che colpisce  in questo versetto: "è", "siete";  il verbo "essere" che afferma e conferma e inoltre l'Autorità di Chi attesta il contenuto della frase, fuori da ogni possibile dubbio. Se "credo", allora "so" anche chi "sono" e la notizia non può che rallegrarmi perché consegna alla mia vita un messaggio di Verità, di infinito e di eterno.
Dentro questo "tempo" che "io sono" si realizza perfettamente quel rapporto "io-Tu" che conferisce solidità, scopo, speranza, totale consolazione e letizia alla vita di ogni "credente".
Ma che vuol dire esattamente questo "credere"? Non si tratta di visitare una galleria di opinioni al fine di scegliere la più conveniente, perché tali "vetrine", mentre attraverso le loro innumerevoli seduzioni, non rivelano nulla su me stesso che passo, nulla sul fondamento proprio di me che, fosse per loro, corrisponderebbe solo a un vuoto da riempire. Se così fosse, altro non sarei che il loro contenuto, eternamente "fluido" e cangiante e così "altro" da me stesso da non essere che un nulla. Si tratta invece, come afferma S.Agostino, di "sapere" e di scoprire nella Fede quanto già intimamente percepisco in me stesso "per natura". Scrive infatti il grande Dottore della Chiesa: "L'intelligenza è il frutto della fede. Non cercare dunque di capire per credere, ma credi per capire; perché se non crederete, non capirete" (Omelia 29). 
Come la letizia allora non si espande in gioia incontenibile? Lui, il mio Dio, pur essendo "fuori di me" è, per Sua stessa imprescindibile natura, Amore, già in me presente e inevitabile fin dal giorno in cui fui creato e, da quel momento in poi, eternamente. Devo solo preoccuparmi quindi di me stesso, della mia natura, della "qualità" del mio credere e della sua "intensità".
Come tutti, sono “in viaggio” attraverso un mondo che distoglie, che cerca di carpire la mia santa identità, per scolorirne il senso fino a perdizione. Certo ciò non può “oggettivamente” accadere, giacché l'infinito mio Dio "contiene" ogni cosa e dunque "anche" il mondo ma, “soggettivamente”, sarei io a divenire giorno per giorno "estraneo" a me stesso, a smarrirmi, a perdere la "connessione" a causa di un "libero arbitrio" falsamente indirizzato, a consegnarmi volontariamente al dubbio (fatto per me e a causa mia, nuova e dilaniante certezza, come di chi confida solo in un inestricabile e contraddittorio labirinto…), a far sì che "io", pur inevitabilmente "essendo", tuttavia “non sia più” in me stesso, per me stesso.
Viene in mio soccorso la preghiera, Lui che parla nel silenzio e queste righe che medito ogni giorno, l'ascolto e la Parola, quanto giova a svuotarmi dall'Ego che da Lui mi separa, perché in quel vuoto scenda come un fiume la  Sua Grazia e si faccia vita nella mia esperienza quotidiana e nel servizio al prossimo, "tempio" a sua volta del medesimo Dio vivente.  “Lui che mi ha creato senza di me, non potrà salvarmi senza di me” (cfr. S.Agostino, Sermo CLXIX, 13) giacché "vuolsi così colà dove si puote" (Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto III).


Renato Pernice - 20 dicembre 2018

domenica 16 dicembre 2018

SOLTANTO... "IO SONO"


 
Lorrain (Claude Gellée): Paesaggio con Mosè e il roveto Ardente

Meditazione su Es. 3, 1-15

Nella semplice vita di ogni giorno, nel servizio quotidiano (Mosè "stava pascolando") irrompe anche per me la Sua Presenza... Come oggi su questo monte, in questa Pace pulita e distesa ove "Tu sei".
Mi sento avvolto dalla Sua Presenza che qui "ascolto" più viva e ampiamente mi sommerge, mi nutre, mi contiene... Arde per me il roveto della Fede ma è pace, tanta pace intorno, come di un attimo fermo nel tempo presente, oltre il mio tempo, ove la fiamma è certezza che riscalda e consola.
Nel silenzio la Sua Voce anche "per me": "ti mando", "ti invio", "sono qui per te", "non temere", "ti sono accanto"... "Io Sono".
Là fuori c'è un mondo gelido e ostile, come un vento che disperde e separa, un dolore così sordo da non riuscire più ad ascoltare neanche se stesso. Ma se Lui è "con me" (e lo è realmente se ogni giorno lo incontro nell'altro e nella preghiera...) potrò ardere anch'io come quel perenne roveto, piccolo frammento donato al mondo, di quel calore, di quella Luce di cui ciascuno di noi ha perenne bisogno, anche se lo ignora, come quel faraone.
Toglierò i sandali e tutto ciò che può separarmi da Te, coprirò il mio volto per lasciarmi avvolgere dalla Tua Presenza, per "essere" scintilla di Te. "Io sono...". Perché solo in questa nudità dell'Ego si manifesta la buona novella che espande il calore di quel roveto per sciogliere il gelo dei cuori. "Io sono". Che altro potrei dire infatti al faraone, o chi per lui...? Quali parole potrebbero mai guarirlo se non che questo silenzio, nuda testimonianza del Vero?...

Renato Pernice - 16 dicembre 2018

(Deserto guide-TOV - presso Monastero Benedettino "Dusmet" - Etna Monti Rossi - Nicolosi - Ct)

domenica 17 giugno 2018

CLONAZIONI DA UN MINUSCOLO SEME




ALBUM FOTO

Mc 4, 26-27


"Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa: dorma o vegli, il seme germoglia e cresce”.


Sto con Lui, con questa Sua Parola, nel silenzio e a Lui mi affido… Solo qui veramente l’ascolto, posso sentirLo  crescere in me...

Mi rendo conto di “essere” solo nella misura in cui cesso di esistere. Nel vuoto la Vita. In tanta presunta pienezza il “non essere”.

Dio è Vita che si dona, si moltiplica e si espande nel vento, tra le nubi, in ogni pianta e in ogni fiore. Presenza ovunque da cui mi astengo se non adoro…. Troppo a lungo mi astengo!… Talmente breve il tempo della Vita… Per cui ringrazio un palpito del cuore, le rondini ed il cielo, l’inconsapevole bimbo che dona il Suo Sorriso. Attimi, in cui si lascia intravvedere un frammento d’Eterno. Ciò che anche io posso percepire in me in momenti di Grazia come questo… per Sua Grazia e Luce. Così tanta luce che anche ad occhi chiusi scalda, sorride... inebria. Ora e sempre, per sempre sia lodato!...

Un monaco ha in mano dei fiori: anche questi fiori sono dono di Dio... Che cosa possiamo infatti aggiungere noi alla Sua Gloria se non che restituirli umilmente al Suo altare?… Silenzio nella Presenza. Pace. Gratitudine. Colma di Lui ogni creatura in cui Lui, attraverso il mio sguardo, Se Stesso contempla...

Dinanzi alla statua di San Benedetto una stele ammonisce: “Nulla anteporre all’amore per Cristo” (Regula Monachorum - Cap. 4.1)… E’ rivolta a me la Parola che sgorga come fonte dal Salmo…

“Ma più potente delle voci di grandi acque, più potente dei flutti del mare, potente nell’alto è il Signore” (Sal. 92)

Così quel minuscolo seme s’ espande e genera un frutto nel cuore: “Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore” (Ez. 37, 12b-14)

Chi sono dunque adesso se non letto di un fiume?…  Lasciar scorrere Lui in me verso l’altro. Solo qui è Vita, solo qui è Amore!…


Renato Pernice, 17 giugno 2018

domenica 21 gennaio 2018

PURIFICAZIONE...




Es 19 - 1Cor 7,29-31


Dio chiede che il popolo si purifichi per accedere al sacro santificandosi (Es 19).
Il verbo originale (tradotto con "santificare") significa letteralmente "separare".
Gesù, quando saliva sul monte, si separava come aveva già fatto Mosè, perché di fatto non c'è alcun altro modo per accedere "in verità" alla relazione io-Tu col Padre.
Faccio silenzio per purificarmi: io, Lui e Lui solo...
Dolce questo silenzio ove sto in quieta relazione con la Sua Parola. Quando tornerò nel chiasso e nelle impurità della folla o nel frastuono delle mie stesse impurità, sia questo silenzio a guidarmi come stella polare; questa Onnipresenza a-temporale, ben oltre i momenti e le variabili storiche che mi è dato di attraversare come prova di fede nell'Eterno Presente.
Nulla mi turbi, né mi spaventi: io e la Sua Parola, vivendo "come se non vivessi" (1Cor 7, 29-31) e chiamato poi a raccogliere anche io (per mezzo del quotidiano evangelizzare…) pesci che si agitano nel mare perché inconsapevoli della Pace di questa barca sovrastante ove ogni tempesta cessa se solo Lui è con me. "Passa infatti la figura di questo mondo!”(1Cor 7-31).

Renato Pernice, 21 gennaio 2018

lunedì 11 dicembre 2017

VEDENDO LA LORO FEDE...




Fede: prerequisito di ogni intervento divino, “conditio sine qua non”. Ne deriva un prezioso suggerimento: adoprarsi sempre, mettendo nel campo della caritatevole evangelizzazione, talenti di fantasia e ingegnosità personali per risolvere problemi impossibili. Mai confidare nella folla (buona solo a ostacolare).  In realtà la paralisi più grave per colui che evangelizza è proprio la mancanza di entusiasmo, il talento negato ai paralizzati nella fede, abbandonati alla loro pigra superficialità sotto il comodo paravento di un affidamento al Signore… “che tanto sa Lui come provvedere". E invece… “Date voi stessi loro da mangiare”. Noi stessi... Bella idea quella del tetto!... Dio non si aspetta altro da ciascuno di noi che questo vibrante interessamento per tutti quei fratelli che agonizzano, spesso inconsapevoli, come svuotati perfino dal rimorso, tra le pieghe di una grigia religiosità abitudinaria e priva di ogni slancio o vibrazione feconda (folle a parte...).

Renato Pernice, 11 dicembre 2017

lunedì 20 novembre 2017

GLOBALIZZAZIONE: RADICE PERVERSA




Nulla da aggiungere alla Lettura Biblica di oggi (primo libro dei Maccabei): chiaro come il sole è infatti ciò che accade oggi come ieri sulle nostre strade. Basta solo aprire gli occhi per vedere…
“In quei giorni, uscì una radice perversa, Antioco Epìfane, figlio del re Antioco, che era stato ostaggio a Roma, e cominciò a regnare nell’anno centotrentasette del regno dei Greci. 
In quei giorni uscirono da Israele uomini scellerati, che persuasero molti dicendo: «Andiamo e facciamo alleanza con le nazioni che ci stanno attorno, perché, da quando ci siamo separati da loro, ci sono capitati molti mali». Parve buono ai loro occhi questo ragionamento. Quindi alcuni del popolo presero l’iniziativa e andarono dal re, che diede loro facoltà d’introdurre le istituzioni delle nazioni. Costruirono un ginnasio a Gerusalemme secondo le usanze delle nazioni, cancellarono i segni della circoncisione e si allontanarono dalla santa alleanza. Si unirono alle nazioni e si vendettero per fare il male. Poi il re prescrisse in tutto il suo regno che tutti formassero un solo popolo e ciascuno abbandonasse le proprie usanze. Tutti i popoli si adeguarono agli ordini del re. Anche molti Israeliti accettarono il suo culto, sacrificarono agli idoli e profanarono il sabato. 
Nell’anno centoquarantacinque, il quindici di Chisleu, il re innalzò sull’altare un abominio di devastazione. Anche nelle vicine città di Giuda eressero altari e bruciarono incenso sulle porte delle case e nelle piazze. Stracciavano i libri della legge che riuscivano a trovare e li gettavano nel fuoco. Se presso qualcuno veniva trovato il libro dell’alleanza e se qualcuno obbediva alla legge, la sentenza del re lo condannava a morte. 
Tuttavia molti in Israele si fecero forza e animo a vicenda per non mangiare cibi impuri e preferirono morire pur di non contaminarsi con quei cibi e non disonorare la santa alleanza, e per questo appunto morirono. Grandissima fu l’ira sopra Israele”. (1Mac 1,10-15.41-43.54-57 62-64)

Renato Pernice, 20 novembre 2017